Quando lo spazio ci stringe… e l’arte lo trasforma
Al centro della composizione c’è un uomo in giacca e cravatta.
Elegante. Ordinario. Quasi invisibile.
È schiacciato dentro uno spazio stretto, soffocante.
Le pareti sembrano avvicinarsi, comprimere il corpo, accorciare il respiro.
I pensieri si affollano, non c’è via di fuga.
Non è solo una scena fisica.
È una condizione che conosciamo tutti.
La corsa continua alla produttività.
Le crisi ambientali.
Le disuguaglianze.
Un sistema che sembra togliere aria invece di offrirla.
Gli spazi che dovrebbero proteggerci — casa, città, lavoro — spesso diventano gabbie silenziose.
Non ci accolgono: riflettono le nostre paure.

L’opera nasce anche grazie allo scambio umano e artistico con il team di @artown.now, che ha reso possibile un dialogo autentico tra idee, visioni e pratiche.
Un’esperienza fatta di confronto, incontri e comunità — perché, come sempre nel percorso di Chekos, l’arte pubblica non è mai solitaria: è relazione.
Un grazie sentito a tutta la crew e agli artisti incontrati e ritrovati lungo il cammino.
